mercoledì 7 dicembre 2016

VOLONTA' DI VIVERE E VOGLIA DI MORIRE


"Più una persona è viva e più sentirà. E se i sentimenti che prova sono di profonda, intollerabile disperazione o di intenso, insopportabile dolore, farà il possibile per evitare di entrare in contatto con essi, ovverò non respirerà profondamente in modo da non sentire troppo.
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Una forte volontà di vivere implica una forte voglia di morire, altrimenti come spiegare una volontà così forte? Diventa chiaro (..) perchè una forte volontà di vivere sia una resistenza. La persona ha paura ad abbandonare la propria volontà perchè si oppone alla voglia di morire.
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Le persone nelle quali la volontà di vivere è forte si possono dire sopravvissute. Sono caratterizzate da notevoli rigidità, da una mandibola rigida e ostinata, spesso feroce, o da entrambe le cose. Possono sopravvivere, ma non trovare appagamento poichè la loro energia è totalmente impegnata a sopravvivere. In effetti rimangono al livello del dolore e della disperazione  che caratterizzano il trauma originario e le condussero alla voglia di morire. In altre parole la voglia di morire è costantemente rinforzata dalla mancanza di appagamento personale (amore) dovuta alla preoccupazione di sopravvivere. Questo significa che un paziente deve arrendersi alla sua volontà di vivere in modo da sperimentare la sua voglia di morire, attraversarla  ed entrare in contatto con la sua forza vitale, il suo vero nucleo: l'impulso a respirare."



Ieri sera, dopo aver letto queste riflessioni di Lowen, è riemerso in me un ricordo. A quattordici anni vissi una profonda e dolorosa crisi esistenziale. All'epoca mi ero convinta che se mi fossi concentrata troppo sul respiro ne sarei morta e avrei smesso di respirare: questo accadeva in particolar modo quando stavo per addormentarmi. La stranezza del mio comportamento risiedeva nel fatto che nutrivo l'intima convinzione che il respiro fosse una porta importante per me e ne ero allo stesso tempo attratta e terrorizzata. Fu un periodo di blocco e di grande dolore, che si sciolse gradatamente quando mi avvicinai alla pratica meditativa e sperimentai la bellezza del perdersi nel respiro. Questa apertura mi donò gli strumenti per entrare sempre più in contatto con il trauma che vincolava la mia forza vitale e attraversarlo. Proprio in questi mesi ne sono venuta a capo, dopo più di 30 anni di percorso durante i quali la volontà di vivere mi ha sostenuto e donato l'energia per la sopravvivenza e un intenso lavoro di ricerca interiore. Sono stati anni impegnativi che hanno visto la mia ricerca dispiegarsi giorno dopo giorno. Ad avermi aiutato è stato senz'altro il coraggio di non arrendermi, la pazienza, la perseveranza, l'alta soglia di sopportazione del dolore e la fede. Un'incrollabile e persistente fiducia sul fatto che ogni singolo evento avesse un significato. Le facoltà paranormali mi sono state di grande aiuto nei momenti più bui e dolorosi e mi hanno sermpre permesso di raggiungere una visione oggettiva lasciando spazio al cuore e salvandomi dal labirinto mentale.  
Oggi so quanto sia importante l'esperienza personale alla comprensione e non posso che provare gratitudine per la ricchezza di situazioni che ha caratterizzato la mia vita e l'ha resa utile.
La scrittura è il mio modo di costruire ponti verso la consapevolezza e la comprensione perchè tornare a respirare per aprirsi alla vita è sempre possibile e, soprattutto, non è mai troppo tardi per farlo.

 www.ildiamantearcobaleno.com

#Lowen #meditazione #respiro 

venerdì 2 dicembre 2016

SONO CAPACE DI DIRE "NO"?

Lowen nel suo libro "La voce del corpo" scrive: 

Qualcuno mi ha chiesto: "Che dire delle persone che dicono "no" e non sono capaci di dire "sì"? Non si dovrebbe poter anche dire di sì?"  Io ritengo che una persona non possa assentire davvero se non è capace di dire "no".  Mancando tale capacità, un assenso è solo una forma di sottomissione e non l'espressione di un individuo che ha libertà di scelta. La persona che non è capace di dire "sì" ha paura di impegnarsi perchè è insicura della propria mente; conoscere la propria mente vuol dire tenere da conto il proprio "no". 
"No" è un'espressione di opposizione che costituisce la pietra miliare  dell'individualità. Il bambino che si oppone ai genitori sta dicendo "Io sono io, sono diverso, ho la mia testa". Un tale bambino imparerà a pensare per sè, mentre quello "bravo" e obbediente sacrifica la propria individualità e perde la capacità di pensare per sè."



Bel cambio di prospettiva quello di Lowen, se guardiamo alla nostra situazione presente e riflettiamo sulla nostra capacità di esprimere il sentire. 
Aggiungerei a queste parole l'osservazione del corpo.  
Ci siamo mai osservati quando dobbiamo esprimere un "sì" o un "no"? 
Quante volte possiamo riscontrare incoerenza tra sentimento, pensiero e parole?
L'incoerenza del picchetto mascherato che per velare il sentire lo congela assumendo un'espressione di circostanza. Vedo già il fuoco bruciare all'interno del picchetto, le mani stringersi a pugno, i muscoli tendersi nello sforzo richiesto dal controllo e il sorriso plastico stampato in viso.
Gente strana noi umani: parliamo tanto per non sentire e sentiamo poco per non vedere.

lunedì 28 novembre 2016

E TU CHIAMALE, SE VUOI, EMOZIONI ...

Lowen nel suo libro "La voce del corpo" scrive: 

"La parola emozione è composta dal prefisso "e" e dalla radice "mozione". Emozione significa muoversi verso l'esterno: un disturbo emotivo consiste nell'incapacità di muoversi verso le persone e il mondo. Per definizione si può dire che i conflitti emotivi distorcono o limitano la motilità del corpo e impediscono il movimento verso l'esterno. Analogamente, ogni disturbo che limita la capacità di un organismo di muoversi verso l'esterno denota un conflitto emotivo, perciò è possibile determinare i conflitti emotivi in una persona in base al modo in cui si muove."

Questa riflessione definisce chiaramente l'intuizione che ha diretto la stesura de "IL RITMO DEL CORPO" (IL RITMO DEL CORPO). Il libro si propone, infatti,  l'intento di svelare i conflitti emotivi insiti in determinate posture e movimenti del corpo attraverso la pratica di 5 esercizi molto semplici ed accessibili, ispirati al qi gong daoyin. 
Lowen diversifica la qualità del movimento in spontaneità e controllo. La spontaneità è una funzione dell'espressione di sè che specchia con naturalezza le emozioni interiori. Il controllo rappresenta la limitazione dell'Io alla spontaneità per rendere l'azione più efficace: la motilità spontanea viene incanalata e integrata. Un sano controllo dell'Io non diminuisce la spontaneità, ma favorisce la coordinazione ed evidenzia l'integrazione tra sentire e movimento del corpo. 
Lowen definisce il disturbo emotivo come una perdita di spontaneità  o una mancanza di controllo da parte dell'Io o entrambe le cose. Possiamo, osservando le persone, riconoscere questa distinzione.
Quando la rigidità e la tensione dirigono i movimenti, i freni dell'Io sono troppo severi.
Quando l'impulsività e la reazione determinano l'agire, il controllo dell'Io è troppo debole.
Entrambe le caratteristiche del movimento specchiano dinamiche interiori precise e segnalano un disagio. Ambedue le possibilità non lasciano spazio alla spontaneità.
Se partiamo da questi presupposti, è semplice comprendere l'imperare di immagini di noi stessi a celare paure e debolezze irrisolte.
Assistiamo continuamente a grandi messe in scena di attori protagonisti e ad atti inconsulti di chi si è perso per strada il controllo dell'Io.
Il dono della sintesi è sempre più raro e prezioso. Un dono che ognuno di noi dovrebbe riscoprire per rispetto ed amore verso se stesso.






mercoledì 23 novembre 2016

LA LEGGEREZZA DEL LASCIAR ANDARE

Spesso ci si trova ad affrontare periodi veramente faticosi, in cui ci si trascina dietro agli eventi boccheggiando, con la convinzione che non sia possibile fare diversamente. 
Il corpo ci rimanda stanchezza, tensione e rigidità. Poco per volta, si fa l'abitudine ai piccoli acciacchi quotidiani (cervicalgia, mal di testa, schiena dolente, affaticamento...) e ci si dimentica cosa significhi "essere in forma". 
La normalità si trasforma in sopravvivenza e ogni mattina ci si alza dal letto sempre più frustrati, nervosi e demotivati. 
Una situazione di questo tipo induce un adattamento fisiologico così impegnativo da lasciarci senza energie e il protrarla nel tempo non fa che creare una sorta di schiavitù passiva agli eventi.
Il nostro umore si fa sempre più cupo e fa la sua comparsa un'elevata dose di aggressività (tesa a sfogare la rabbia provata) che gradatamente inquina tutte le nostre relazioni con il mondo esterno.
Ci troviamo così confinati, e molto arrabbiati, nel buco nero dell'impotenza generato dall'assenza di energie psico-fisiche.
Rimedi pratici: 
1) quando il riposo non elimina la stanchezza o non si riesce a dormire con continuità, occorre fare una pausa e domandarsi le motivazioni: d'altra parte se si dorme a fatica o male è perchè si pensa troppo  ( a cosa?) e non sarà difficile individuare la causa del nostro disagio.
2) quando il corpo passa da un malessere ad un altro è un segnale importante: ignorare il nostro stato non farà che peggiorarlo. Istintivamente si tende a mantenersi iperimpegnati per evitare di fare i conti con se stessi: questa strategia non fa che dilazionare il momento in cui dovremo per forza farli, i conti con noi stessi, con la differenza che a quel punto saremo scarichi di energia. Una pausa di riflessione è quanto mai fondamentale.
3) Questo punto lo dedico ai brontolii che sento emergere dalla lettura dei primi due: "Eh sì, facile a dirsi, ma non a farsi! Non comprendi la mia situazione! Sono senza via d'uscita! Non è possibile fare altrimenti!". Nota dolente o importante (dipende dai punti di vista): "Vi è sempre una possibilità di scelta.". Che non ci piaccia e che non vogliamo vederla è un altro paio di maniche. Che sia una scelta che ci costi un grande sacrificio e spesso sia molto dolorosa, è altrettanto innegabile. Se partiamo dal presupposto che ci siamo ridotti ad essere schiavi di una situazione, il recuperare la libertà e il rispetto per noi stessi avrà per forza di cose un suo prezzo. Questo prezzo sarà tanto più alto quanto più saranno tenaci le nostre resistenze. E quali sono le resistenze che ci troveremo ad affrontare?  Le paure e le debolezze che ci caratterizzano ed i nostri attaccamenti. 
Il lasciar andare una situazione ci pone di fronte alle nostre insicurezze, alla paura di non farcela, ai nostri sensi di colpa, ai tanti compromessi accettati e alla valutazione del prezzo che ci è stato richiesto per ottenerli. Impresa ardua e di grande onestà interiore. Passaggio di crescita importante.

Immaginate di essere caduti dalla barca in un mare in burrasca: dalla barca vi tirano una fune e voi vi aggrappate ad essa con tutte le vostre forze. Le onde vi travolgono e il tenervi alla fune è di momento in momento più faticoso. Nella vostra mente scenari apocalittici di annegamento e di squali voraci pronti a divorarvi prendono forma terrorizzandovi e rendendo la vostra presa sempre più tenace. Allo stremo delle forze fisiche e a malincuore vi lasciate andare al vostro infame destino. 
Il vostro corpo  si rilassa e di colpo il mare in burrasca si calma permettendovi di galleggiare sulla superficie recuperando le forze. 
Sapete esattamente come siete entrati nel mare in tempesta, ma scoprirete poco per volta chi siete veramente dopo esserne usciti.


 W. Turner, Shipwreck of the Minotaurus, 1793


venerdì 18 novembre 2016

lunedì 14 novembre 2016

L'OSSERVAZIONE SILENZIOSA

Avete mai notato i cambiamenti del vostro corpo di fronte alle situazioni? 
La sua tensione, la sua rigidità, il suo rilassamento o la sua stanchezza?
Avete mai notato quanto sia semplice per il corpo specchiare i nostri stati d'animo in modo diretto?
Possiamo convincerci di non provare nulla, di essere totalmente indifferenti alle situazioni, ma se ci permettiamo un'osservazione silenziosa del nostro corpo e ci apriamo al suo ascolto, constateremo che un'assenza di qualsivoglia emozione è quasi impossibile a verificarsi.
Possiamo provare emozioni che ci fanno stare bene e non ci facciamo caso, o emozioni che ci destabilizzano (come la rabbia ad esempio) e manifestare comportamenti reattivi volti a scaricarle senza neanche accorgercene.
L'osservazione silenziosa crea lo spazio-tempo necessario alla consapevolezza. Consapevolezza indispensabile a vivere il momento, smettendo di sopravvivere in modo scontato.
Lo stare bene non è scontato, così come non lo è lo stare male. Entrambi gli stati sono determinati da ciò che proviamo, cioè dalle nostre emozioni.  
Imparare ad assaporare il benessere apre le porte alla gioia, così come imparare a riconoscere le emozioni che ci turbano ci dona la possibilità di non farcene travolgere insegnandoci ad agire piuttosto che a reagire.
In un mondo di corsa non è impresa facile trovare lo spazio-tempo per l'osservazione e l'ascolto di se stessi.
Concludo questo blog con una domanda personale a cui ognuno può darsi risposta:
"Quali sono le priorità della mia vita? Che posto occupa il mio benessere nella scaletta delle mie priorità?"
Serena giornata nella consapevolezza.






mercoledì 9 novembre 2016

IL FUOCO NELLA GOLA

Una canzone di Nada - SENZA UN PERCHE' -, tornata di gran moda con la serie "The young Pope" di Sorrentino, recita:

"Lei non parla mai,
lei non dice mai niente,
ha bisogno d'affetto 
e pensa che il mondo non sia solo questo 
non c'è niente di meglio che stare ferma dentro uno specchio
com'è giusto che sia 
quando la sua testa va giù ..."

Inutile dire che mi piace un sacco. Inutile dire che mi ci ritrovo. La sindrome del silenzio ad oltranza per non ferire l'altro, del non detto per non voler vedere la realtà, del taciuto per il quieto vivere e  non perdere quell'affetto così strenuamente ricercato, del rimettersi in discussione sempre per comprendere le proprie debolezze senza tener conto di quelle altrui, hanno caratterizzato la mia vita per anni. Inutile dire, che nei periodi più faticosi da questo punto di vista, diventavo quasi afona quando avrei voluto urlare e il fuoco del non detto mi infiammava la gola. Quando ho smesso di fare l'imprenditrice la voce mi è tornata, ma c'è voluto tempo a maturare il coraggio di parlare, invece di subire in silenzio, soprattutto nell'ambito in cui sono più vulnerabile, quello affettivo. Ho sempre cercato una comprensione più profonda delle situazioni e spesso mi sono accontentata di raccontarmela soave attraverso falsi ideali di sacrificio e di accettazione, per riuscire a gestire il dolore. Questo fino a quando la vita mi ha sparato in faccia senza mezzi termini il mio dolore, troppo spesso adombrato dalla percezione del dolore altrui. Come dice la canzone, in quelle occasioni, la mia testa è andata giù e mi ha obbligata a stare ferma di fronte ad uno specchio ed osservare con compassione e immensa tristezza tutto quel dolore. E sprofondando nel mio dolore ho compreso che avevo ancora molti passi da fare in direzione di me stessa e dell'accettazione della mia totalità. La mia vita si colora spesso di eventi impegnativi, affinchè non dimentichi mai questo prezioso insegnamento. Ora non mi viene più il mal di gola, ma ogni volta scopro un nuovo disagio fisico, sempre più lieve, ma per questo non meno significativo. Ho imparato ad ascoltare il corpo ed esso non ha più bisogno di urlare a squarciagola il suo disagio. Camminando insieme si impara.